Un giorno che “ma che freddo fa” – Il posto più strano dove…

…hai dato il biberon a Pj (o le hai cambiato il pannolino).
Già che allattare in pubblico è un tema che infiamma sempre le platee.

Ecco la tua personale classifica:

Al primo posto:
Ufficio Postale di viale Cassiodoro, Milano
Difficoltà: 5.
Mentre versi l’acqua bollente per scaldare il biberon, arriva il tuo turno. E non hai neanche finito di compilare il bollettino.

Al secondo posto:
Eicma, Fiera Milano, stand degli Hell’s Angels
Difficoltà, 2.
Gli Hell’s Angels sono dei veri teneroni. Infatti Pj ne ha mangiato uno.

Al terzo posto:
Museo del Risorgimento, Milano, presentazione Libro della tua amica avvocato-storica.
Difficoltà: 4.
Pj si mette a piangere appena arriva il sindaco Pisapia. E tu devi uscire dalla sala perdendo il posto in prima fila.

Al quarto posto:
Chiosco Piada Super, Riccione
Difficoltà, 2.
Il vero problema è che è finita la rucola. E senza rucola la piadina culatello stracchino e rucola non funziona.

Al quinto posto:
Dal parrucchiere, Orea Malià, Milano
Difficoltà, 4,5.
Coordinare il biberon con il tempo di attesa dei colpi di sole non è così semplice.

Al sesto posto:
Ikea.
Difficoltà: variabile.
Ancona Baraccola, difficoltà 1: c’è lo scalda biberon.
Milano Corsico, difficoltà 5: memore dall’esperienza di Ancona, non hai portato il termos con l’acqua bollente. Purtroppo qui qualcuno ha rubato lo scalda biberon. Disponibile solo l’acqua dei miniwurstel alle cipolle. Ma non te la fanno usare.

Al settimo posto:
Living (il tuo bar aperitivo preferito), Milano
Difficoltà, 1,5.
Speravi in un vomito a spruzzo di Pj che ti avrebbe fatto notare da Luca Sofri seduto nel tavolino accanto, ma niente, neanche un bel ruttino in surround.

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Un giorno qualunque, tanto succede sempre – Lo slalom tra le vecchie

Il tuo nuovo sport agonistico è lo slalom tra le vecchie.
Sotto casa tua proliferano.
Quando vai a fare la spesa, intorno alle 11, nel tuo quartiere è un’ora nota come l’alba dei nonni viventi.
In coda al supermercato sono novemila, tu hai solo una confezione di prosciutto e i soldi in contanti pronti in tasca; loro i carrelli gonfi di provviste per il prossimo conflitto nucleare, la tessera fedeltà che chissà dove si è cacciata, il borsellino nascosto qui nella tasca sotto la giacca aspetti che si incastra sempre, ma tanto ti passano avanti.
Uno dopo l’altro, incuranti del fatto che dopo mezz’ora di fila si è un po’ stufata anche Pj e inizia a piagnucolare, ma loro niente. Al massimo ti chiedono se assomiglia a te o a Marito.

Al bancomat, lo stesso. Perché prima prelevano al bancomat e poi vanno a fare la spesa, invece che pagare direttamente al super con il bancomat. E anche lì Pj che piagnucolando ti fa benissimo capire: “ma Uscire ad un altro orario, no, mamma?!”.

Ma se in questi casi si tratta solo di pazienza nell’aspettare, o di scatto nel superare, la vera difficoltà nello sport sta nell’evitare le vecchie con la badante.
Ce n’è una, nel tuo stesso comprensorio, che ogni giorno ti vede, ti insegue, ti dice:
Oh, che creatura meravigliosa! Come si chiama? Posso toccarla?

Poi ce n’è un’altra che di solito bazzica intorno al panettiere. Si piazza davanti al passeggino e non ti fa andare avanti, comincia a fare i versetti e le faccine finché Pj non ride. Per fortuna ride spesso, quindi puoi sfruttare il momento di autocompiacimento della nonnetta, coglierla di sorpresa e dribblarla sul fianco.

Poi c’è la Fata Turchina, detta così perché è proprio uguale alla fata di Pinocchio. Lei la vedi quasi tutti i giorni dal macellaio, e ogni volta ti fa:
“Che carino! Ha il cappellino rosa e la copertina fucsia ma è un maschio, vero? Ah, il mio nipotino purtroppo è in Brasile
E via con la storia di sua figlia e della Foresta Amazzonica che ormai sai a memoria.

Potresti cavartela, sempre che non arrivi quell’altra signora ancora, quella che con il bastone ti segue e vuole fare tutta la strada insieme a te raccontandoti di ogni pupù che si ricorda dei suoi figli, dei nipoti e dei pronipoti.

Poi c’è la tua preferita, quella che non sai come si chiama, che viene sempre al bar, che si prende il caffè con la brioche piccola e vuota e quando guarda Pj ti dice:
Sono bellissimi, soprattutto quando dormono, nè?”.

 

SithHappens

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Un giorno importante che avresti dovuto scrivere prima – L’alleanza ribelle del latte artificiale

Lo scrivi oggi, ma riguarda 8 mesi fa.
Ed è uno di quei post che poi starai simpaticissima a tutti.
Ma proprio simpatica, eh.
Simpatica al punto che è meglio non dire dove parcheggi la macchina.
E come se non bastasse è pure lunghissimo.

Iniziamo.

Pj è arrivata, la forza scorre in lei fortissima nella sua interazione con il mondo.
Che per ora consiste in: poppare, dormire, cagare. Occasionalmente piangere.
È tutto andato così meravigliosamente bene che alla tua storia manca un però.
Peròè che al contrario di quanto dicono tutti, che tutte le donne hanno il latte, tu no.
Pj succhia come un’idrovora, si attacca alla perfezione.
Ma nonostante questo le tue tette – che pure ti hanno sempre dato grandi soddisfazioni – non si sono trasfromate in una portentosa macchina da latte. Non il primo giorno, non il secondo, né il terzo. Mai.
Al nido dell’ospedale in compenso c’è una tizia che produce per un reggimento del quinto cavalleggeri, e appoggia ovunque biberon pieni zeppi che un po’ guardi con invidia.
Un’altra, poi, dopo 6 minuti dal parto aveva già la montata.
La terza, addirittura, la montata ce l’ha avuta prima del parto (ma tu sospetti si riferisca ad un altro tipo, di montata).

Invece tu guardi il video sul latte materno che danno in loop nella nursery, che in sintesi è così:
1. Il latte materno è meglio, e il bimbo deve essere attaccato subito: scena di mamma avvolta a luce blu e dorata, con bambino di 10 kg sedicente appena nato che succhia e ride e dietro San Giuseppe, il bue e l’asinello.
2. In passato non si era capito e i dottori non facevano attaccare subito il bimbo: scena ambientata in ospedale della Russia Stalinista con medico pelato con baffi da Hitler e pizzetto da Satana e alone rosso e viola che strappa il bimbo dalle mani della mamma
3. Molte mamme se ne sono approfittate per non avere lo sbattimento di allattare: scena di mamma drogata con denti a cruciverba e alone verde e giallo marcio che dice che si è pentita di non avere allattato il figlio che non ha preso abbastanza anticorpi e sta sempre male.

Insomma, una cosetta rilassante, per niente ansiogena.

Mentre guardate insieme il video, Pj si attacca alla tetta, ciuccia, poi si stacca ti guarda e ti dice (con la forza, ovviamente):
“Beh, cazzo succede qui?!”.

Passano i giorni, le settimane e prima che tu te ne renda conto, hai già ricevuto un’enciclopedia di consigli da:
Madre.
Marito.
Suocera.
Ostetriche.
Puericultrici.
Dottori.
Zii.
Cugini.
Amici.
Amici degli zii.
Zii degli amici.
Gente che passava di là per caso.
Robin, il venditore ambulante bengalese da cui compri sempre gli anelli in spiaggia.

Ognuno con la sua personale ricetta-dieta-tisana-rimedio-preghiera per farti venire il latte.
Nessuno dei quali, con te, funziona.

Eppure, non è possibile. Al corso preparto ti hanno detto che tutte le donne possono allattare, perfino le madri adottive. Perfino Arnold Schwarzenegger.
Che è una questione di meccanica: bimbo poppa-latte arriva.
Nel frattempo, siccome Pj non domina ancora abbastanza la forza da autonutrirsi col pensiero, devi integrare con il biberon. Devi prima di tutto comprarlo, il biberon. Perché se tanto il 99,9 per cento delle donne allatta senza problemi, perché tu i problemi li avresti dovuti avere?
E allora biberon, scaldabiberon, sterilizzatore, fai bollire l’acqua, fai raffreddare l’acqua ma non troppo, metti la polvere, fai raffreddare il tutto.
Cazzo no, Pj si è addormentata. Butta il latte. Cazzo, no, l’hai già buttato? Ora è sveglia e grida come un Ewok sgozzato.
Sono passate tre settimane, tu ti stai perdendo tutto il bello della maternità per capire cosa non va nelle tue tette (oltre il fatto che ormai se ci appoggi sotto una matita, quella rimane lì).

Nonostante sia estate, una delle estati più calde degli ultimi 200 anni, ti ingozzi di tisane al finocchio, integratori e tortellini in brodo, nonché birra, pasta all’uovo in generale. Il tutto stesa sul letto, tipo mucca, nell’attesa che il riposo e l’ingrasso compiano il loro dovere.
Ma non c’è niente da fare.

Allora, in una calda sera d’estate, fai quella telefonata.
La Leche League.
La temibile, fortissima, ramificatissima massoneria del latte materno.
Le chiami, e loro ti fanno l’interrogatorio.
– Si attacca bene?
– Sì
– Come fai a saperlo?
– Me l’hanno detto in 20 tra puericultrici e ostetriche.
Non basta. Devono sapere tutto quello che fai per capire quello che hai sbagliato.
Confessi che in ospedale una notte alle 3 dopo che Pj piangeva da 6 ore le hai dato 10 grammi di aggiunta.
– È quello! Ecco perché non si attacca!
– No, ma guarda che si attacca benissimo!
– Ah, sì? E come fai a saperlo?
– Me l’hanno detto in 20 tra puericutrici e ostetriche.
E così per un’ora, finché non arrivano le soluzioni.

E capisci perché il nome della Lega è spagnolo: sono diretti discendenti di Torquemada.
Oltre al consiglio base, cioè tieni la bimba attaccata tutto il giorno, ininterrottamente, l’altro suggerimento è stato:

A. Prendi un tiralatte elettrico e ogni ora ti attacchi per 20 minuti. Continua così per almeno tre giorni.
(Poi, invece di risorgere, di solito muori).
Fatto. Il latte non è arrivato, ma dal dolore avresti potuto confessare anche di essere una strega di Salem. O Salem, il gatto di Sabrina vita da strega. O Sabrina, di Audrey Hepburn (inizi ad avere le allucinazioni).

B. Ovviamente devi farlo anche di notte
Fatto. Una volta sola. Poi hai visto Torquemada che in sogno ti chiedeva scusa e ti offriva un bicchiere di vino seduto sul divano con Salem il gatto di Sabrina vita da strega a guardare Sabrina di Audrey Hepburn commentando che quello con Julia Ormond non si può guardare, non fosse che c’è Harrison Ford.

Hai fatto tutto, hai ascoltato tutto. Dopo oltre un mese di tentativi hai scoperto che
la Leche League è ovunque. In tutte le conoscenti che ti hanno detto, nelle settimane successive:
– non preoccuparti, a me il latte è arrivato al quinto mese
– non è possibile, hai sbagliato qualcosa
– e se non hai sbagliato niente, è una questione psicologica, del tuo inconscio, quindi è comunque colpa tua.

Poi, un giorno, hai incontrato un’altra mamma senza latte. Che ti ha preso da una parte e ti ha detto:
– Non ascoltare ‘ste stronzate. Se non ce l’hai, non ce l’hai. Capita.
E ti ha presentato una, due, altre 10 mamme senza latte, che come te avevano fatto qualunque sforzo. Anche un paio di novantenni che ti hanno detto: “io ho partorito sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, figurati se mi sono preoccupata di avere il latte“.

Le mamme non-latte ci sono, sono tante, ma sono nell’ombra, sono troppo poco forti per far valere le proprie ragioni.

Ma è ora di uscire allo scoperto.
E di dire che non siamo meno madri delle altre, o troppo prese dai nostri problemi, o pigre e senza spirito di sacrificio e dedizione.

Perché, diciamolo, anche il latte artificiale è una gran rottura di coglioni.
Se sei in giro – e tu Pj la porti molto spesso in giro – non basta sguainare la tetta come fanno le altre. Devi prendere la polvere, o il latte liquido, girare sempre con la scorta non si sa mai becchi l’ingorgo in tangenziale o rovesci il latte sulla spiaggia.
E devi pure trovare un bar per scaldarlo, il biberon. O girare con un termos da un litro di acqua bollente difficile da maneggiare con il tuo Piccolo Jedi in braccio. Chili di roba e sbattimenti che magari potessi tirare fuori la tetta e Gnam!
(A quelle che controbattono: “sì ma il latte glie lo può dare chiunque”, rispondiamo: anche quello materno, basta usare il tiralatte e metterlo in frigo).

Que viva l’Alleanza Ribelle del Latte Artificiale!

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Un giorno dopo gli 8 mesi di Pj – Sarò breve, ma ci tenevo a raccontarlo

La tua donna delle pulizie ha istinti suicidi. Oggi quando è entrata in casa ti ha detto:

Signora, what’s on? – è filippina ma parla solo in inglese, e neanche troppo bene – “Look bigger and bigger! How many chilos?
Per un attimo hai pensato di offrirle una via di scampo, rispondendole:
Who looks? Me or Pj?

Forza, Linda, prendi questa corda che ti offro in mano, prima di che decida di arrotolartela intorno al collo…

Oh, no, no Pj, YOU, signora. You really look bigger and bigger”.

Da domani mi metto a dieta.

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Un giorno di neve a Milano – Viva la pappa-pappa (la storia ci ha insegnato, che un popolo affamato, fa la rivoluzion)

Odi fare la pappa. Proprio lo detesti. Dopo due cucchiani non ne puoi più. L’hai trovato divertente le prime due o tre volte, quando insegnavi a Pj a usare il cucchiaino e vedevi le sue faccette tenerissimissime mentre assaggiava la pappetta di verdure storcendo nasoboccaocchi tutto insieme. E sì che Pj mangia come uno Wookie, tutto e (quasi) subito, spalanca la bocca e fa “aaaah” da sola. E si incazza pure se non ti sbrighi con il cucchiaino successivo. Ma tu proprio ti rompi le palle. Senza contare che non puoi più andare a pranzo con le amiche o per lavoro. Perché devi preparare il brodo, frullare le verdure, aggiungere un cucchiaino di olio, uno di parmigiano, due cucchiai di farina multicereale o simili e 30 grammi di carne. Poi pulire i piatti, pulire Pj e la cucina. Cambiarti e assumere un aspetto umano. Pensando che lei che mangia tutto e subito, se ti porti la pappetta al bar con le amiche, non la tocca neanche. Così mentre canti “farfallina bella e bianca vola vola e mai si stanca” e le ficchi in bocca il cucchiaino blu con il coniglietto, non vedi l’ora che abbia un anno per mollarle in mano un panino al prosciutto e non se ne parla più, ciao io esco se vuoi puoi venire con me.

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Un giorno a caso, intorno a 7 mesi dopo Settimana 40

Avevi voluto fare la figa, eh?
Avevi dichiarato che sarebbe stato un blog autoconclusivo e tutte quella balle lì?
Ebbene, adesso hai cambiato idea.
In questi 7 mesi tu e Pj vi siete conosciute.
Dopotutto vi state anche abbastanza simpatiche.
E tu adesso ti fai tentare dal sequel.
Sperando che qualcuno vada al cinema a vederlo e dica che è anche meglio del primo.
E pur sapendo che tanto nessun sequel è meglio del primo*, nonostante ci discutano tutti in un milione di telefilm e in un sacco di cene con gli amici.
Comunque, dicevamo, hai cambiato idea.
Anche perché te l’ha chiesto un sacco di gente. Tipo Sabrina.
E poi… boh.
Sì, insomma, Sabrina.
Quindi, prendetevela con lei.
A presto!

*No, dai, Valerio, “L’impero” non è propriamente un sequel, è parte integrante di un corpus unico che si risolve in 3 episodi. Per questo bisognerebbe vederli tutti in fila. Tipo sabato prossimo?

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Settimana 40 – Tonight, tonight

Ore 9.00 di un martedì mattina qualunque. Per esempio il 12 giugno. Ti svegli con delle perdite. Ricordi immediatamente quello che ti hanno detto al corso pre parto: vai al pronto soccorso solo se sono a) verdi (bleah); b) con il sangue (oddio che paura!); o c) abbondanti e durano per qualche ora. Escludi a) e b) – per fortuna – te ne stai calma a casa tutta la mattina, fino a quando, verso ora di pranzo, non decidi che sei sicuramente nel caso c). Che significa: hai rotto le membrane, cioè il modo più à la page di dire “rompere le acque”. Per prima cosa avvisi Dottoressa Ganza. Che però non risponde al tuo sms. Allora lo dici all’ostetrica che hai scelto, la Quarta, quella che non sorride mai.
Ore 13.30. Raccogli le tue cose, Madre e Marito e ti avvii verso l’ospedale. Ti fanno entrare subito, e alla prima visita l’ostetrica di turno ti dice che “ci siamo, si sono rotte le membrane”. La dottoressa di turno, invece, ti visita, esamina il liquido con una cartina e ti dice che “vada pure a casa, sono solo perdite ma il sacco amniotico è intatto, il prom è negativo. Torni solo se le perdite non si fermano stanotte”. Che tradotto in lingua corrente è: “falso allarme”. Poi aggiunge un’informazione inquietante: quando le dici che sei in cura dalla Dottoressa Ganza, lei dice: “ah, lo sa che è in vacanza, vero?
Sul momento non cogli il concetto: DG ti ha avvisato che non ci sarà giovedì – guarda caso la data presunta del parto – ma oggi è martedì, quindi la dottoressa di turno non può che essersi sbagliata.
Quindi con calma riprendi Madre, Marito e valigia e ti piazzi sul divano di casa.
Ore 18.00. Ti accorgi di avere dei doloretti. Ma da quello che ti hanno spiegato, non assomigliano al concetto di “contrazione”. Allora ti rilassi, ti distrai, pensi a tutt’altro. Beh, magari non proprio a tutt’altro. Guardi una puntata del telefilm idiota che a te piace tanto e che Marito disapprova, ti addormenti per un po’. Le perdite continuano, i doloretti anche. Madre e Marito insistono: facciamo un salto al pronto soccorso, per toglierci ogni dubbio. Alla fine taci e acconsenti.
Ore 22. L’ostetrica di turno avrà 18 anni, ma è adorabile. Ti attacca al monitoraggio. Un affare con due sensori a forma di cuffie audio vintage che registrano uno l’intensità delle contrazioni, l’altro il battito del cuore di Pj. Dopo 20 minuti passati su una poltrona reclinabile, arriva Dottoressa Simpaticissima Propriounospasso, che guarda il monitor, la tua cartella, poi di nuovo il monitor e ti dice: “Che cazzo (GIURO! Ha detto così!) è tornata a fare, signora, che non ha neanche uno straccio di contrazione?! Facciamo la visita che la dimetto”.
Alla visita c’è una faccia conosciuta: Dottoressa Umathurman. Non si ricorda di te, e insiste: “Ah, lei è paziente di Dottoressa Ganza? Ma lo sa che è in vacanza, vero?”.
No, non lo sapevo, che culo, eh?” ti sbilanci tu.
Dottoressa Umathurman ci rimane male, tu le spieghi che obiettivamente sei sicura della sua professionalità, in più la ami perché è uguale a Umathurman e sai che anche se ce l’ha nascosta nell’armadio, non userà contro di te la katana di Hattori Hanzo, ma che dovrebbe proprio mettersi nei tuoi panni: in nove mesi in cui non ha mancato un giorno al lavoro, Dottoressa Ganza va in vacanza proprio quando stai male, a due giorni dalla data presunta del parto e senza neanche avvisarti.
Mentre vi intrattenete sul concetto, ti prepari per la visita. E’ in quel momento che succede come nei film. Splash! Dottoressa Umathurman ride (beata lei) e dice che non c’è bisogno di rifare il test, stavolta hai rotto le acque e sei ammessa in sala parto.
Ore 23.30. Non proprio in sala parto, ma nel pre-parto, cioè quel limbo dove piazzano tutte le donne con i primi sintomi del travaglio, non ancora attivo. Cioè quando iniziano ad avere dei dolori, ma quei dolori non corrispondono alla dilatazione del collo dell’utero, da dove si suppone Pj debba passare per uscire. Si consuma la tragedia: le ostetriche avvisano Madre che deve lasciarti sola tutta la notte. È il primo segnale di incrinatura nel rapporto di lei con Marito. Marito non è felice di mollarti lì, ma sa che è solo per poche ore, il tempo di un breve sonno ristoratore e poi tornerà verso l’ospedale. Madre vorrebbe nascondersi sotto il letto o montare una tenda subito fuori dalla sala parto. Nessuno dei due si accorge della vera tragedia: la tua compagna di stanza. La Simpatica Logorroica. Che ha rotto anche lei le membrane, ieri, non ha un dolore e non riesce a dormire. Quindi non fa dormire neanche te. Pur di farla stare zitta la accompagni a chiedere un panino al formaggio alle ostetriche. E incontri Dottoressa Simpaticissima Propriounospasso, che non può credere di trovarti lì. Le spieghi che hai fatto Splash! alla visita con Dottoressa Umathurman, e che quindi ti hanno ricoverata. Lei si fa raccontare tutta la storia di nuovo e cambia l’orario dello Splash! sulla tua cartella (Umathurman l’aveva anticipato alla mattina, quando cioè eri andata al pronto soccorso la prima volta. Simpaticissima Propriounospasso lo piazza alle 23, quando cioè hai effettivamente fatto Splash!
Ore 07.00 di un mercoledì a caso, tipo il 13 giugno. La notte non è piccola, non finisce mai se non riesci a dormire, il letto è di pietra, tu sei convinta di avere le contrazioni, ma il monitor a cui ti hanno attaccata dice di no. Dice di no anche Ostretrica Quarta, la tua, che è di turno. Molto dolore per nulla: lì sotto non si dilata niente. In compenso hai un ago di 10 centimetri in vena per pompare l’antibiotico. E una fame da lupi. Madre e Marito arrivano con le brioches di Cucchi e ti sollevano il morale.
Ore 09.00. La visita medica. Sei stufa del solito copione:
– Chi è il suo medico curante
– Dottoressa Ganza
– Ah, ma lo sa che è in vacanza?

Beh, diciamo che non lo sapevi, ma che te ne sei accorta. Tra l’altro mentre tutti qui te la fanno immaginare sotto le palme di Bora Bora, DG si fa viva con un messaggio, nel quale ti dice che ha avuto un grave problema di famiglia, che però è in contatto con le ostetriche per sapere tutto della tua situazione. E tu sempre nel letto di pietra, con accanto la Simpatica Logorroica, circondata da sconosciuti, non sai più se credere alla versione di Bora Bora o a quella del dramma familiare. Di sicuro, all’ennesimo medico che ti dice che le tue non sono contrazioni, anche se ti fanno un male cane, un po’ speri che se proprio è a Bora Bora quanto meno le cada una noce di cocco sul ginocchio. Comunque visto che non sono contrazioni, nel pomeriggio ti indurranno il parto. Giusto dopo avere finito 150 parti cesarei programmati.
Ore 16. Arriva la dose di prostaglandine, la cosa che serve per indurre il parto. Tu sei sudata, ti senti appiccicosa, puzzolente, sfinita. Ancora le (cazzo di) contrazioni non partono. I dolori sono più forti, ma il (cazzo di) monitor non segna nulla. In più i dottori sono tutti intorno a Simpatica Logorroica, che non si capisce se queste (cazzo di) membrane le ha rotte oppure no. Il test del Prom evidentemente non serve a (cazzo di) niente: prima dà positivo e poi negativo e poi di nuovo positivo. Tutti sono intorno a lei, che tra l’altro è in largo anticipo sulla data del parto e ha un Dottore Carino Ma Stronzo che non passa mai a visitarla anche se è di turno, e tu stai lì a guardare il monitor che continua a non segnare una (cazzo di) contrazione.
Ore 19. Dov’è? Dov’è la katana di Hattori Hanzo? Se non fanno qualcosa ti strappi la pancia e la tiri fuori tu, Pj! Madre è nel panico almeno da 12 ore, Marito riferisce che secondo i dottori è meglio che vadano a casa, perché sarà ancora lunga. Tu ci pensi un attimo e poi implori: “vi prego, restate qui!”. Il fremito nella forza è CAZZO, fortissimo. “fate qualcosa!”. L’ostetrica di turno decide che è ora di chiamare Quarta e di trasferirti in sala parto. Lì il monitor è molto più figo, e finalmente registra le tue contrazioni.
Ore 20. Quarta arriva portandosi dietro l’anestesista per l’epidurale. Gaydaicapellisalepepe non è che rassicuri un gran che, tu tremi dal freddo, dal dolore e dalla paura mentre ti mettono in posizione, da sola e piegata in avanti su un cuscino con un’infermiera ti tiene ferma la testa con le mani. Gaydaicapellisalepepe è uno di quelli con l’aria scocciata che ti ficca un ago da 50 centimetri nella schiena con la stessa nonchalance con cui tu sorseggeresti un bianco su una terrazza affacciata sul mare. Ma è bravo. È bravissimo, dottore. Dottore è fighissimo, è tutto fighissimo. Contrazioni? Mi sembrano massaggi rilassanti sulla spiaggia polinesiana. Anzi, guardi, secondo me laggiù c’è anche Dottoressa Ganza, la vedo, la vedo…
Marito è arrivato in sala parto, ti porge un Topolino e Quarta ti dice di leggere un po’, e di cercare di dormire. Obbedisci di buon grado, finalmente è passato il dolore e tutto è dolce e un po’ drogato. Finalmente capisci il Dottor House e il suo Vicodin.
Ore 23.30. L’effetto dell’epidurale sta passando. Quarta prende in mano la situazione. Ti fa fare un rabbocchino e soprattutto ti spara una dose massiccia di ossitocina, quella cosa che fa fare un balzo in avanti alle tue contrazioni.
Ore 23.55. Quarta dà una controllata alla situazione e Marito esce per avvisare Madre, Suoceri e Fratello – che nel frattempo si è precipitato da Roma – che ne avremo ancora per un po’. Quando torna, Quarta dà una controllata alla situazione e dice la frase fatidica: “Oh, ci siamo! Spinga!”.
Ci siamo, ci siamo veramente. Inizi a spingere con tutta la tua forza, non senti neanche il dolore (beh, magari un pochino sì, sul finale ti concedi un urletto mica da poco…). Respiri come ti hanno insegnato al corso e spingi e non capisci niente di quello che sta succedendo, finché…
Ore 00.26 per l’ora legale, giovedì 14 giugno. Esattamente la data presunta del parto. Ti mettono sulla pancia una cosa piccola, indifesa con tantissimi capelli neri e il naso a patata. Avvolta in un asciugamano bianco, nuda e appiccicosetta. La riconosci subito: è Pj. È un secondo, e senti scorrere la Forza. Dio, quanto la ami.


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